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Campania: avevano ragione i comitati PDF Stampa E-mail
Scritto da Fonte Repubblica / Napoli   
Wednesday 20 February 2008

Non utilizzabili le vecchie discariche.I comitati avevano ragione.

e la lotta POPOLARE CONTINUA...

 

 17 febbraio Repubblica - Napoli

De Gennaro insiste su Savignano Firmata l’ordinanza che blocca l’utilizzo di Difesa Grande di Roberto Fuccillo « red La gente di qui aveva ragione». Gianni De Gennaro alla fine rende omaggio alle lotte dei cittadini dei vari siti ai quali ha dovuto rinunciare dopo averli fatti ricontrollare dai tecnici del genio militare. Fra percolato e sottostanti discariche abusive, gli accertamenti hanno indotto ad abbandonare Pianura, Parapoti, Difesa Grande, Villaricca, Lo Uttaro. Nessuna di queste vecchie discariche potrà essere riaperta. Non così a Savignano. A Pustarza la discarica si farà, da 700mila tonnellate. Da qui la protesta di ieri, che ha visto protagonista anche sindaci di paesi vicini, compreso quello di Ariano Irpino, che pure ieri ha avuto la conferma che nella sua Difesa Grande non si tornerà. L’ordinanza di revoca della utilizzazione di quella discarica è anzi contestuale a quella in cui si dispone l’avvio delle opere nell’invaso di Savignano Irpino. Fa sentire la sua voce anche Aldo Giangregorio, sindaco della sannita Sant’Arcangelo Trimonte, per dire che nel suo Comune non ci sono aree adeguate. Intanto sulle discariche da abbandonare si addensa anche la polemica relativa alle dichiarazioni di De Gennaro. Il commissario aveva accennato alla difformità fra quanto affermato nelle carte e la realtà dei luoghi. Un punto che ha messo in moto il procuratore capo Giandomenico Lepore: «Abbiamo già indagini in corso sulle discariche. Se il commissario De Gennaro ci invierà una denuncia dettagliata, su fatti specifici, in cui si parla di possibili reati, interverremo». Mentre dagli uffici regionali si fa presente che i primi a fare i veri accertamenti sono stati quelli dell’Arpac. Messaggio, non tanto sottinteso: se qualche carta affermava cose contraddittorie, questa doveva venire dai cassetti interni del commissariato, nelle gestioni pre-De Gennaro.

Sta di fatto che, poiché le ipotesi scartate cominciano a essere più di quelle confermate, l’emergenza è ben lungi dall’essere risolta, anzi. Sul terreno continua la conta quotidiana degli incendi appiccati ai cumuli di spazzatura. Oltre settanta quelli spenti ieri, anche in pieno giorno, nella zona a nord di Napoli, nei paesi vesuviani ma anche in pieno capoluogo, come ad esempio alla Riviera di Chiaia. I sacchetti stanno in effetti pian piano riguadagnando terreno nella quotidiana corsa alla pulizia delle strade. Una nota positiva viene dai cartoni. Il commissariato comunica infatti che nelle principali arterie commerciali della città sono state raccolte circa 300 tonnellate di cartoni, ovvero il 60 per cento in più al giorno rispetto alla media di gennaio. In particolare si sono distinti i quartieri di Arenella, Pianura, Soccavo e Vomero, ma in generale i commercianti di tutte le zone hanno fatto la propria parte. Di questo passo il commissariato stima che a fine mese si sarà tolta dalle strade una quantità di carta e cartone equivalente alle tonnellate di rifiuti indifferenziati prodotti in un’intera giornata.

Sono poi in corso operazioni di prelievo straordinario in Comuni come Ercolano e San Nicola La Strada. Ma tutto ciò non basta a ingenerare ottimismo. Gli albergatori della Campania ad esempio tornano a paventare la possibile chiusura del settore. Il presidente di Federalberghi Campania, Costanzo Iaccarino, e i suoi colleghi delle varie articolazioni territoriali della Federazione hanno scritto una lettera aperta al neo-assessore regionale al Turismo, Domenico De Masi. «Bisogna far presto - scrivono - altrimenti lei corre il rischio di esercitare la sua funzione con una gran parte di alberghi chiusi o con grosse difficoltà di sopravvivenza». Due esempi: il Grand Hotel Vesuvio sul lungomare di Napoli denuncia solo 18 ospiti per 160 stanze e 20 suites, al Magrìs di via Galileo Ferraris per ora non c’è neanche una prenotazione per Pasqua. E da Pozzuoli la commissione prefettizia che regge il Comune ha inviato un dossier a De Gennaro sulla situazione nel territorio flegreo.

Corriere del Mezzogiorno
Il caso. Il direttore generale dell’Acsa, Limatola, si rivolge al Commissariato: «Basta, ci dicano cosa bisogna fare della discarica»
Lo Uttaro era già inquinata nel 2003
Lo sversatoio sequestrato presentava dati ambientali contrastanti

di A.A.

NAPOLI - Ieri il commissario per l’emergenza rifiuti, prefetto Gianni De Gennaro, è tornato a ribadire che «la discarica di Lo Uttaro, in provincia di Caserta, non verrà utilizzata. Sono stati avviati accertamenti per conto dell’autorità giudiziaria, cui spetta il compito di valutarne l’esito al termine dei relativi esami». Tuttavia, ora chi si dice allarmata, è l’Acsa, il consorzio di bacino commissariato che gestisce da aprile 2007 il sito di Caserta. Giustappunto Lo Uttaro, vale a dire la discarica che ha spinto definitivamente De Gennaro a rinunciare all’utilizzo dei vecchi invasi a causa delle discordanze emerse tra i controlli passati e quelli, invece, disposti dall’attuale struttura commissariale ed eseguiti dal Genio militare. Dallo scorso novembre, la discarica Lo Uttaro è posta sotto sequestro, benché adesso sia stata temporaneamente liberata per consentire il completamento dei lavori del settimo anello di contenimento. «Sia fatta chiarezza - esorta Antonio Limatola, direttore dell’Acsa - una volta e per tutte. L’ex commissario Bertolaso ci richiamò e con un’ordinanza dispose la riapertura del sito che, dall’aprile dell’anno scorso, abbiamo gestito. Ora, se De Gennaro si ritiene allarmato perché sarebbe stato rinvenuto altro materiale pericoloso pregresso ci dica cosa occorre fare. Per quanto mi riguarda - precisa Limatola - posso solo dire che da quando la discarica è nella nostra gestione abbiamo proceduto a controlli rigorosissimi, eseguiti da uno dei più prestigiosi laboratori d’Europa, sia sugli sversamenti, sia sulla falda». Limatola risulta indagato in un procedimento giudiziario della procura di Santa Maria Capua Vetere assieme ad altre persone. Gli vengono contestate violazioni che, in qualche modo, lui spera di poter confutare: «Non fosse altro - conclude - perché vengo accusato di aver accettato rifiuti pericolosi, idrocarburi e carbonio organico disciolto, sulla cui definizione di pericolosità, invece, ci sono prescrizioni sia dell’Istituto superiore di sanità, sia dell’Apat secondo le quali la valutazione di rischio dovrebbe essere legata non alla presenza di carbonio in valore assoluto, bensì a screening di markers di tossicità».

Un dato è certo, la storia di sospetti e ombre sugli sversamenti a Lo Uttaro è descritta in modo chiaramente drammatico dal decreto di sequestro preventivo emesso dal gip Raffaele Piccirillo. Si fa riferimento alle due relazioni tecniche stese da Bruno Orrico, responsabile della struttura tecnica del prefetto delegato alla gestione dell’emergenza rifiuti, nel 2001 e nel 2003. Orrico ha rilevato «notevoli discrasie tra i dati esposti a supporto della richiesta di autorizzazione in ordine a superfici e profondità degli invasi, particelle interessate dall’intervento, dimensioni degli interventi di impermeabilizzazione e analisi geologica». Discrasie che «emergevano - scrive il gip - sia dal confronto tra i vari elaborati progettuali che dal rapporto tra questi e gli atti stilati nel corso dell’istruttoria e nelle fasi di controllo della gestione della discarica che inducevano il tecnico della struttura commissariale a censurare il parere positivo a suo tempo espresso dalla Commissione tecnico-consultiva: “le discrasie e la non veridicità dei dati sono così evidenti che ancora oggi rende di difficile comprensione il parere positivo espresso dalla commissione consultiva”». Orrico, otto anni fa, ha evidenziato come già «la capacità assentita dall’autorizzazione regionale (500 mila tonnellate) eccedeva la reale capacità recettiva dell’impianto progettato, capacità che ammontava a 345 mila tonnellate». Si era «inoltre realizzato attraverso una complessa dinamica di riaccatastamenti lo sfruttamento di una particella mai assentita dalle autorità competenti». Non solo, «mancando la prova del prelievo regolare del percolato, questo o è stato smaltito illegalmente oppure verosimilmente è rimasto lì. Inoltre - conclude il tecnico - rispetto alle 500 mila tonnellate di rifiuti autorizzati, sul posto sono state sversate oltre 1 milione 100 mila tonnellate sino al 1993, epoca, in cui, chiudemmo il sito privato». Insomma, sospetti che si congiungono agli allarmi sollevati da De Gennaro su cui la magistratura indaga e, quanto prima, dovrà fare chiarezza.


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